Italia- Convenzionali e Gabriele Ottaviani (foto): Il libro dei sussurri, un libro splendido!
Il libro dei sussurri”
di Gabriele Ottaviani
In questi tempi si parla molto dell’Armenia, del genocidio subito dal popolo che porta il nome di una terra sfortunata e martoriata, di chi lo ricorda e di chi lo nega, anzi, non ammette nemmeno che si possa usare quel termine per definire un massacro di cui è stata vittima una messe impressionante di persone. Gli armeni hanno subito una vera e propria diaspora, e hanno vissuto anche in Romania. Ed è lì, negli anni Cinquanta del secolo breve, quello passato da tre lustri, che il lettore viene portato per mano con delicatezza e profondità daVarujan Vosganian, che scrive un libro splendido, corposo, denso, un diario intimo e allo stesso tempo un percorso a ritroso nel tempo sulle strade del ricordo, della memoria, che è fondamentale, patrimonio che va custodito con ogni mezzo, perché chi dimentica il suo passato è condannato a riviverlo, perché chi non sa, o fa finta di non sapere, è più povero e solo. Il libro dei sussurri, pubblicato da Keller (traduzione a cura di Anita Natascia Bernacchia), è un arcobaleno di sfumature, la storia di una famiglia e quella di un popolo, attraverso le generazioni e ben oltre il confine dei ceti sociali, uomini e donne in viaggio verso la libertà e la felicità. Da non lasciarsi sfuggire.
E poi c’era l’odore dei cantucci. Luoghi celati, ombrosi oppure visibili, che venivano aperti di rado. E poi, ancor più allettanti, i luoghi proibiti. Senza cantucci da scandagliare, l’infanzia perde di significato. Solo quel che è nascosto merita davvero di essere visto. L’odore dei cantucci si accompagna alla tranquillità, anch’essa dotata dei suoi odori. In primo luogo, gli armadi dei vestiti sotto cui giacevano, ripiegati, coperte e materassi. Nell’armadio della nonna si conservavano solo abiti pesanti e cappotti che odoravano di naftalina, e tra questi ce n’era qualcuno appartenuto persino alla mia bisnonna, Heghiné Terzian. Dei vestiti del bisnonno non si poté conservare nulla, tutto era rimasto su una strada di Costantinopoli, da dove si vedeva il sole tramontare sul Bosforo. Erano scappati una notte, con addosso i vestiti e delle bisacce in cui avevano raccolto alla svelta i loro oggetti più vendibili. Girava voce che al porto, a Pera, fosse attraccato un vapore che accoglieva rifugiati armeni. Mentre saliva sul ponte, in mezzo alla folla disorientata e impaurita, il mio bisnonno cadde sulle ginocchia, e morì a faccia in giù, mentre teneva le due figliole per mano. Lo rigirarono, gli chiusero gli occhi e gli disgiunsero le mani. Vegliarono su di lui, dopo aver trovato un pezzo di candela chissà dove. Non fu l’unico a rendere l’anima nella confusione e nello spavento di allora. Prima di giungere a Costanza, il capitano diede ordine che tutti i morti fossero gettati in mare.
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Vissi la mia infanzia in un mondo di sussurri. Sussurri proferiti con accortezza. Solo più tardi appresi che il sussurro possiede anche altri significati, come la tenerezza o la preghiera. C’erano anche delle cose che venivano dette senza alcun tipo di cautela. Perfino da un cortile all’altro, ad esempio, si informava il proprio vicino che era arrivato il furgone con il pane da acquistare con la tessera. Altre cose si dicevano solo con la finestra chiusa. Oppure sulla panchina in mezzo al giardino, se per strada non passava nessuno. E, persino allora, con voce sommessa, quasi ci fossero delle finestre che non si riuscivano a chiudere, o dei passanti che non si riuscivano a vedere. Più semplice sarebbe stato stare gli uni accanto agli altri, con le teste chine, senza aver bisogno di concentrarsi tanto per paura di perdere qualche parola. «Da lontano deve sembrare tutto normale» spiegava il nonno. «Loro devono credere che stai dicendo cose di poco conto, di cui non ti importa. Che ascoltino. Certo, si fa per dire». E parlavano seduti sulle panchine di legno, la schiena dritta, la fronte alta. Quando smorzavano la voce, non si chinavano gli uni verso gli altri. Sentivano i reciproci sussurri con un’abilità formidabile. Perfino Arshag, più duro d’orecchio per via delle campane, quando non riusciva a leggere le labbra ti faceva ripetere. Ma le parole sussurrate, mai. Queste, miracolosamente, le sentiva sempre.
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Li collocai pertanto in ordine di nascita. Ma gli individui non si differenziano in virtù di questo: tutti vengono alla luce, e ognuno porta con sé una nuova numerazione. Allora fui d’accordo con nonno Garabet e li collocai in ordine di morte. Le persone non si differenziano per la maniera in cui nascono, ma per come muoiono. Il primo fu Lenin, circondato da bandiere rosse. Lenin era il messaggero del signor Hrant di Costanza, che ci scriveva di essere stato liberato dal campo di concentramento, ma non avendo con sé documenti, né la forza di rifare il viaggio a ritroso, nientemeno che dalla penisola di Taimyr, decise di finire i suoi giorni in Unione Sovietica. Poi ci fu Simon Bolivar, che vegliava sul corpo spossato della sorella di nonno Garabet, tumulata a Buenos Aires, non lontano dal monumento eretto per glorificare Hovhannes Tzetzian, generale di Kossuth, il quale, dopo la sconfitta del 1849, dalla Transilvania giunse proprio in Argentina, dove fondò l’Accademia Militare. L’ordine dei membri della mia famiglia, secondo la data di morte, era semplice da conservare. E di quelli vivi? Io ne decisi, con l’inflessibilità e il candore di un bambino, il termine della vita.
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La bellezza trascurata e la serenità di un frutteto abbandonato, ma fecondo, sono, come ogni bellezza, solo apparenti. Il custode che controllava che gli operai non sgraffignassero lo zucchero, facendolo uscire di fabbrica dal recinto sul retro, buttava ogni tanto un occhio anche al frutteto, perché il suo sguardo, abituato ai tubi di rame ormai verdi e ai tetti grigi come la cenere, potesse almeno godere delle chiome grandi e dolcemente arrotondate dei noci, o di quelle dei meli, inclinate come il dorso di una mano. Ma questa volta scorse con la coda dell’occhio Artin Fringhian, il che non era neppure difficile, poiché il vecchio perlustrava l’erba senza curarsi troppo di nascondersi, mentre i suoi vestiti neri si vedevano da lontano. «Ehi!» gridò il custode, il quale, come qualsiasi individuo invecchiato sul posto di lavoro, cercava di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. «Vattene da lì!» Tuttavia, anziano lui, anziano quello che raccoglieva, non riuscì a gridare con forza sufficiente, né l’altro aveva più l’orecchio tanto fine. Tra una cosa e l’altra, il custode rimase con le mani sulla bocca, mentre Fringhian continuò indisturbato a esplorare il tappeto di foglie umidicce, in cerca di noci. Allora il custode, sempre per risparmiare le forze, prese un pezzo di legno da terra e lo scagliò nella direzione in cui aveva gridato, stavolta con più successo, poiché il raccoglitore di noci si arrestò e si guardò attorno, cercando di capire la causa di quel rumore che gli aveva fatto drizzare la schiena.