Ilfoglio.it : Il libro dei sussurri – quasi un libro sacro, di quelli che si recitano senza leggere pregando sottovoce.

29 dicembre 2011

„Il libro dei sussurri” di Varujan Vosganian

Le parole più remote, sommesse e segrete risuonavano per le strade armene di Focsani, cittadina della provincia romena di Moldavia. Le captava il piccolo Varujan, immerso dalla nascita in quel bisbiglio e attratto dall’importanza e malia che i discorsi pronunciati dalla sua gente a mezza voce ricevevano proprio dalla loro vicinanza al silenzio. C’erano cose che si potevano urlare da un cortile all’altro, per esempio per avvisare il vicino che arrivava il furgone del pane. Altre che si dicevano solo con le finestre chiuse, o sulla panchina in mezzo al giardino quando per la strada non passava nessuno. Persino allora si parlava sottovoce. “Quasi vi fossero finestre che non si riuscivano a chiudere o passanti che non si riuscivano a vedere”. Quei sussurri però si riuscivano a udire, eccome. Addirittura lo zio campanaro, duro d’orecchi, riusciva sempre miracolosamente a sentirli. “Vibravano nell’aria in modo diverso e li percepiva attraverso la pelle, come i pipistrelli”. Sottopelle sono passati anche all’autore del “Libro dei sussurri” i suoni, gli odori, i fuochi, i motti, i ricordi, i sogni, i sacri cerimoniali, i rimpianti, i fantasmi, i racconti che animarono l’universo del popolo armeno lungo l’arco del XX secolo. Vosganian, che li ha registrati – o assorbiti – e trascritti, nacque solo nel 1958, già nella seconda generazione degli armeni della sua famiglia nati in Romania dopo la fuga dall’Anatolia delle origini. Ma è alle voci dei due nonni che si rifà per ricostruire le vicende della sua stirpe: Garbaret, “uomo ponderato, sobrio, uno sguardo da conquistatore del mondo” e il papà della mamma, Melikian, un tipo buono e allegro che “accolse benignamente quel che la vita gli diede e non portò rancore per quel che gli tolse”. Affidandosi alle loro storie e a quelle dei vicini, risale indietro fino alle dicerie sui bisavoli, così da risentire un’eco profonda di ciascuno degli atti in cui fu consumata una tragedia secolare. I primi pogrom di fine Ottocento, il genocidio del 1915, le deportazioni e l’esilio, l’educazione europea e l’emigrazione in Romania, il collaborazionismo nazista, l’invasione dell’Armata rossa, la dittatura di Ceausescu, la rivoluzione democratica dell’89… Tutti i capitoli della grande saga storica e famigliare, ricostruita con coscienza lucida e sofferta, conservano dal primo all’ultimo l’intonazione della parola sussurrata. E’ una tonalità intima, profonda, grave, infusa di un senso di fatalità. Il sussurro, che salva scene, impressioni, volti, personaggi dal silenzio e dall’oblio significava, nella viva percezione del bambino in ascolto, cautela, prudenza, sospetto, accortezza. “Aveva però anche altri significati: tenerezza, preghiera, profezia”. Anni dopo che quanto era stato proferito e predetto si è compiuto, Vosganian riporta in vita soprattutto la tenerezza e la devozione dei gesti e degli affetti che mossero e commossero i suoi parenti scomparsi. Non è un romanzo storico, né un memoriale quello che intendeva scrivere un autore dalla personalità tanto originale e complessa: politico, economista, matematico, professore universitario e poeta, è stato per due anni ministro delle Finanze in Romania ed è attualmente membro del Senato. E’ invece quasi un libro sacro, di quelli che si recitano senza leggere pregando sottovoce. Un testamento, il resoconto di una promessa o di un’avverata predizione. “Ma che cosa sussurri?”, chiedeva il piccolo Vosganian al nonno Garabet dall’eloquio seducente. “Leggo”. “Come leggi? E il libro dov’è?”. “Non ne ho più bisogno. Lo conosco a memoria”, sentenziava enigmatico il vecchio. E il bambino, insoddisfatto: “Va bene, ma come si chiama questo libro? Chi l’ha scritto?”. “Forse tu, un bel giorno”.

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