Valentina Parisi e „Il Manifesto”: „Il libro dei sussurri – opera indubbiamente riuscita”
Narrativa / «IL LIBRO DEI SUSSURRI» DI VARUJAN VOSGANIAN
Tracce contraddittorie di un oscuro passato
Nella Romania del ’41 il «generale Dro» si alleò con Hitler, inseguendo il sogno della «grande Armenia»
Come scrivere un libro a noi preesistente, ma che nondimeno, in virtù di un intricato gioco di coincidenze, sembra chiamarci in causa a gran voce, in quanto autori provvidenziali? È con questo paradosso ermeneutico (non scevro da una certa dose di autocompiacimento) che si è misurato Varujan Vosganian, economista e uomo politico, esponente di spicco della diaspora armena in Romania, dando alle stampe nel 2009 Il libro dei sussurri, ora proposto in italiano da Keller nella traduzione di Anita Bernacchia.
Pur aleggiando nell’aria come un copione imparato a memoria e ripetuto ossessivamente dentro di sé dai componenti maschili della comunità armena di Focsani, per trovare la sua redazione scritta Il libro dei sussurri ha atteso la venuta al mondo dell’io narrante, che in quella trama sonora di bisbigli e allusioni ha trascorso tutta l’infanzia. Un po’ come il protagonista del film Il colore del melograno, il trovatore Sajat Nova che, nell’episodio iniziale ancora bambino, tende l’orecchio al fruscio delle pagine di una miriade di manoscritti sfogliati dal vento. Ma, a differenza che nel capolavoro di Sergej Paradjanov, nella Romania socialista controllata dalla Securitate nemmeno le mura della chiesa armena possono udire la vera storia dell’operazione «Nemesis», il piano ordito dai vertici del partito nazionalista armeno Dashnak nel 1919 per eliminare gli autori turchi e azeri del genocidio. Né tantomeno le «gesta» di Drastamat Kanayan, il «generale Dro» che, dopo essersi opposto alla sovietizzazione della repubblica armena nel 1921 ed essere riparato in Romania, nel 1941 non esitò a schierarsi al fianco di Hitler alla testa della Legione armena inquadrata nella Wehrmacht, pur di inseguire il sogno di una «grande Armenia» libera dai bolscevichi.
Non c’è dunque da stupirsi se il porte-parole dell’autore fin dalla più tenera infanzia avverte di essere depositario di un passato oscuro che trascende le sue capacità di comprensione: «Tu sei vecchio per via dei nostri giorni. Quel che non abbiamo vissuto noi e i nostri cari si aggiunge a te. Cumuli e cumuli di giorni…», gli ripete nonno Garabet. Ma l’investitura definitiva al rango di autore del libro dei sussurri arriva sotto forma di uno di quei cavallini di legno periodicamente inviati da Misak Torlakian (braccio destro di Dro, incaricato di eseguire la «condanna a morte» contro il ministro degli interni dell’Azerbaijan, Bahbud Khan) per far capire ai compatrioti rimasti in Romania che l’ennesimo tra i responsabili impuniti delle deportazioni e dei massacri del 1915 è stato eliminato. Ignaro di questa fosca simbologia, il bambino si affeziona al cavallino, come se si trattasse di un giocattolo qualsiasi: «Il cavallo aveva scelto me, e io non ebbi altra scelta che diventare il narratore».
Già, ma – di nuovo – come adempiere a tale compito? Da una parte Vosganian si schernisce, sostenendo che il suo intento non è quello di pervenire a una ricostruzione fedele dei fatti e che, anzi, un simile approccio mortificherebbe il sostrato visionario comune a tutte le tragiche biografie collettive del Ventesimo secolo («La vera storia, quella che merita di essere raccontata, è la storia che in ogni momento può trasformarsi in leggenda, se ci sono abbastanza persone a raccontarla e altre che possono serbarla nella memoria, ovvero la storia meno esatta possibile»); dall’altra contraddice questa sua affermazione, esprimendo una serie di giudizi politici che mirano a una sostanziale riabilitazione della Legione armena. Se Vosganian non è certo così sprovveduto da passare sotto silenzio il macroscopico errore politico commesso da Dro – credere che i nazisti vincitori avrebbero restaurato l’Armenia entro i suoi confini storici – d’altro canto, indebitamente assolutoria appare la conclusione secondo la quale a questa iniziativa certo non fulgida andrebbe concessa l’attenuante per cui «alcune popolazioni umane (…) aspirano a molto più di quanto la terra conceda loro e crollano sotto il peso dei loro sogni».
Opera indubbiamente riuscita per quanto riguarda l’evocazione commossa e trasognata della vita quotidiana della diaspora, Il libro dei sussurri lascia al lettore quel senso di smarrimento che è triste prerogativa dei suoi personaggi, morti «a occhi aperti, poiché quel che hanno vissuto non è bastato per aiutarli a trovare la risposta».
Valentina Parisi
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Foto: Scena din „Culoarea rodiei” filmul despre Saiat Nova al regizorului Serghei Paradjanov