Italia: Anonimo: Il libro dei sussurri, una pagina mancante della storia

„Io sono più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere. La più vera delle vite che indosso come un fascio di serpenti annodato ad una estremità, è la vita non vissuta. Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E che nella misura non ha vissuto.” Leggendo in libreria questo passaggio ogni mia incertezza, svanisce. Prendo il libro e avidamente inizio a leggere una storia (quella degli armeni) che, non mi appartiene e che non conosco, perché sui libri di scuola il loro lungo passato è trasformato in accenni, in frasi sparse qua e là, dentro un’altra storia considerata più importante. Ma la motivazione che spinge Varujan Vosgnaian a scrivere del suo popolo, non è dettata dalla volontà di inserire quella pagina mancante della storia, ma, parola dopo parola, rigo dopo rigo emerge la sua esigenza personale, di dare finalmente una voce a tutti i sussurri attraverso i quali per secoli gli armeni comunicarono le loro vite, il loro passato,vivendo nella costante paura di essere ascoltati dai loro oppressori di turno: i sussurri dei vecchi armeni quando parlavano ai loro nipoti, i sussurri dei cospiratori, e quello dei deportati, i sussurri esalati pure in punto di morte per svelare segreti altrimenti inconfessabili. Il popolo armeno ha perso nel corso dei secoli, l’abitudine di gridare, i continui massacri e gli estenuanti esili hanno abituato questo popolo a “vivere sommessamente”. Ma la scrittura è indelebile, rimane a testimonianza di quanto accaduto; ogni parola nell’istante stesso in cui è letta da noi, è un sussurro che si trasforma in una voce sempre diversa che sta lì, per narrare le continue fughe da una terra all’altra – come testimonia la parola “apolidi”(errabondi), impressa obbligatoriamente nei loro documenti- e quella voce si trasforma in un grido, quando si narra dei fratelli uccisi davanti ai propri occhi, il grido a sua volta diventa, disperato dolore, quando narra delle madri costrette a rimanere inermi di fronte a dei figli che muoiono di fame, tenendoli stretti tra le proprie braccia per trasmettere l’unico cibo disponibile per loro: l’amore, e poi come non bastasse costrette dal nemico a scavalcare i gracili corpicini di quei bambini come fossero la carcassa di un animale. La storia di questo popolo sembra davvero assurda, come fosse una fiaba, anche qui infatti, i personaggi subiscono soprusi e soffrono, ma non c’è un lieto fine, la loro sofferenza è continua e si ripete ciclicamente da secoli: hanno subito la violenza di altri popoli: prima i turchi, poi i russi e infine i tedeschi. Costretti di volta volta a combattere per difendere territori non suoi, hanno subito per secoli i massacri , deportazioni ed esili, che l’hanno privati per sempre di un loro territorio, cosi che “il oro stato si trova solo nella carta geografica che segna i percorsi dell’anima”;eppure come sottolinea l’autore, questa gente, la sua gente, nonostante tutto non ha mai perso la sua dignità. Lo testimoniano i nomi e cognomi che man mano emergono dall’anonimato di un intero popolo che, nel tempo ha vissuto le stesse tragedie, quei nomi sono così legati ad un volto, quello di chi nel suo piccolo ha intrapreso delle battaglie del tutto personali per tentare di ottenere la libertà. E non importa se ci sono riusciti o no, essi sono visti come degli eroi. Perché in fondo ogni popolo, ha bisogno dei suoi eroi e delle sue eroine ,sui quali continuare a credere e a sperare, e intorno ai quali sentirsi sempre uniti.

 

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